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Ruggini - introduzione
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Il soggetto impermanente: tempo e materia nelle fotografie di Dario Apostoli

 

 

Quando guardo una fotografia, il mio riferimento intellettuale continua ad essere quello che ricordo della Camera Chiara di Roland Barthes. Non riesco né voglio liberarmi dal magnetismo concettuale di questo saggio e mi basta il quid fotografico individuato da Barthes, che sintetizzo, per difetto, così: la fotografia dipende, sempre, da un oggetto reale che viene colto nel tempo; essa contiene il tempo e, pertanto, contiene la morte.

A questo concetto, accosto una frasetta devastante di Thomas Bernard: la fotografia è la più grande sciagura del nostro tempo. La provocazione qui investe polemicamente l’epistemologia stessa delle arti visive e, in termini più ampi, la loro salute intellettuale. 

 Per quanto riguarda la fotografia, il suo carattere di documento visivo o di opera tout court dipenderà dal modo con cui il fotografo tematizza nell’opera il vincolo necessario con i due elementi su cui l’obbiettivo si confronta: materia e tempo.

Se la fotografia ha affermato il suo autonomo statuto d’arte, mi chiedo come esso riesca a conciliarsi con un’essenza irrimediabilmente compromessa nella res, nella realtà, laddove l’arte ha a che fare con il mondo ma ha il compito di inaugurarne un altro, fatto questo che, quando accade, assegna all’arte la sua specificità. La materia artistica originaria è puramente intellettuale mentre la materia fotografica originaria è il mondo così come è. Per questo, il fotografo-artista esisterà semmai in quanto sguardo e l’autentica materia della fotografia d’arte sarà lo sguardo del fotografo.

Riguardo al lavoro fotografico di Apostoli e di fronte ai suoi cicli: le ruggini, i fuochi, i transiti di folle urbane, mi chiedo in che modo questo fotografo ha diretto nelle sue opere il confronto con il tempo e con la materia

Ebbene, lo sguardo di Apostoli include da subito il problema del dato visivo originario ma lo sottopone immediatamente ad una pratica di costanti elusioni. Apostoli isola un dettaglio dall’astanza marginale di materiali esausti. Nella scelta di questi oggetti e luoghi (carcasse di automobili, materiali industriali dismessi, residuati bellici, discariche, in generale: abbandoni e giacenze) si esplica un gusto che osservando la materia, ne seleziona le estreme disseminazioni, le persistenze usurate ed affrancate dal senso che fu delle funzioni.

Gli oggetti si porgono ad una tensione visiva che è conferita loro dall’inquadratura affatto peculiare e riconoscibile di questo fotografo. Le immagini sono tagliate selettivamente in modo da evidenziare geometrie interne e da produrre una costante eversione della postura e del volume. Sottoposte a queste angolazioni e sintesi visive, quelle oggettualità umili e trascurate assurgono ad accezioni estetizzanti, enigmatiche o ieratiche (ad esempio nei Sassi totemici della Costa Smeralda).

Mura, cataste, grate, latte, lamiere, infissi, bulloni, bidoni offrono nelle Ruggini, l’estrazione di rombi e riquadri in cui l’identificazione dei soggetti completi veniva dimenticata senza sforzo, in favore di inaspettati splendori e simmetrie.                                     

 (Paolo Donini)

                                                                                       pag. 1  2                                                                           >> Gallery

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