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photo professional canon edition n73 dicembre 2015

 

 

 

Dario Apostoli - La fotografia dentro

 

 

 

dario apostoli 2012 - soglie n 34Andiamo a conoscere Dario Apostoli, attraverso il suo libro “Soglie” e anche personalmente. Rimaniamo subito stupiti dal suo lavoro, perché appare accennato, diafano: è come se ci venisse suggerito qualcosa e riconosciamo anche un confine, quello della nostra mente, dei pensieri che ci avvolgono e della nostra stessa vita. Dario concede ampia libertà all’osservatore: davanti a una sua immagine non vi sono percorsi obbligati, ma sentieri da percorrere più volte, anche cambiando strada. Non dimentichiamo poi l’elemento colore: autoriale, definito e costante, per il quale potremmo usare l’aggettivo “riconoscibile”. Sfogliando più volte il suo libro, notiamo però che la sorpresa finisce. Pur rimanendo consapevoli della bontà del lavoro in assoluto, capiamo che l’autore ha affrontato percorsi difficili, fatti di studio, sofferenza (quella buona) e pensiero; ovvero, il suo non è un risultato casuale. Tutti i suoi progetti “fermentano” a lungo nel cassetto, per partire solo nel momento che tutto è pronto: nell’anima, come nella mente. “Soglie” sono anche i bordi del suo lavoro, teso sempre a identificare i connotati che lo compongono. Definito un ambito, Dario comincia a produrre fotografia, con garbo, lentamente. Ormai è tutto pronto e si può anche aspettare domani, o i giorni seguenti, perché l’opera, la sua fotografia, è già dentro di lui e resta solo di coglierla.

 

D] Dario, quando hai iniziato a fotografare e perché? dario apostoli 2013 - soglie n 41

 

R] Ho iniziato dopo aver trovato una fotocamera dimenticata in spiaggia, una Kodak Disk. Quella fuuna fortuna, che si rivelò determinante. Ereditai una Camera oscura, così a sedici anni iniziai con i primi scatti. Non avendo esperienza, riuscivo con difficoltà a raggiungere i risultati desiderati, anche perché, a essere onesti, neanche immaginavo dove sarei potuto arrivare. Quando ebbi diciassette anni, mio fratello decise di sposarsi e mi chiese di scattare delle immagini, affiancandomi al fotografo ufficiale. Alla fine mi accorsi che i miei risultati non erano poi così malvagi, soprattutto per quanto atteneva la composizione.

 

D] Un dono innato, quindi …                                           dario apostoli 2013 - soglie n 43

 

R] Io ero appassionato di pittura e disegno. “Soglie” l’ho dedicato a due persone importanti. Una di queste è mia madre, che mi ha insegnato a dipingere e disegnare, pratiche che ho abbandonato dopo la scoperta della fotografia.

 

D] La seconda persona chi era?

 

R] Un grande amico di Milano, una persona sconfitta dalla vita. Lasciava trasparire una grande sensibilità, ma la solitudine ha reso vana la sua intelligenza, comprese le passioni che gli appartenevano (la musica

 su tutto)                                                

                                                                                         dario apostoli 2010 - soglie n 32

D] Dopo, com’è proseguito il tuo approccio alla fotografia?

 

R] Dalla Sardegna mi sono trasferito in Lombardia. Incontrai una ragazza acquarellista e la spinta verso lo scatto divenne ancora più forte. Mi prestarono una reflex e iniziai a leggere libri e riviste. La strada divenne lunga e tortuosa. I primi risultati arrivarono dopo tre o quattro anni, anche perché allora non potevo dedicarmi alla fotografia a tempo pieno.

 

D] Quando è avvenuta la svolta? 

 

R] Dopo aver comprato la mia prima fotocamera. Iniziai a produrre DIA, dedicandomi a un lavoro che s’intitolava “Ruggini”. Andavo alla ricerca di metalli esausti per interpretarli fotograficamente.

 

D] Ebbe successo il tuo lavoro? 

 

R] Abbastanza, anche se non lo feci circolare più di tanto.

 

D] La tua è stata passione? Per la fotografia, intendo?

 

R] Sì, da subito.

 

D] È stata importante?

 

R] Molto, ha rappresentato il motore di tutto. Ho sempre cercato di studiare. A me interessava scoprire quanto il mio occhio fosse in grado di raccontare il mondo come lo vedevo.

 

D] Come hai curato la tua formazione?

 

R] Con la lettura e la sperimentazione. Ho buttato via scatole intere di pellicole, questo solo per capire quale immagine scegliere per i miei scopi. Intanto, però, con la SLR a priorità di diaframmi iniziavo a maturare il mio pensiero fotografico. Era una questione di visioni e questo esaltava la mia passione. Ricordo che volevo profondità di campo e un po’ di mosso. Gli amici mi prendevano in giro, perché camminavo guardando attraverso l’obiettivo. A quel tempo mi dedicavo molto ai matrimoni.

 

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

 

R] Tanti, ma Salbitani è stato uno dei primi. Per il resto potrei citarti i grandi: Basilico, Giacomelli, Ghirri. Lo stesso Franco Fontana era tra i miei preferiti. L’avevo conosciuto prima di frequentarlo durante i suoi seminari. Ricordo che un fotografo, venendo a vedere una mia mostra, sentenziò: “Queste fotografie assomigliano a quelle di Franco Fontana”. Non lo conoscevo e fui così costretto a documentarmi.

D] Quindi, ti sei dedicato ancora allo studio?

 

R] Ero nella fase di apprendimento e lì le contaminazioni risultavano importanti. Si studia, si vedono tante cose, ma bisogna capire dentro di sé qual è il proprio linguaggio. Aggiunsi altri preferiti alla mia lista: McCurry, Kudelka, Sander; quest’ultimo nel periodo nel quale stampavo in B/N. Trovavo sorprendente il suo lavoro antropologico e sociale.

 

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

 

R] Non saprei definirmi. Posso dire che ho fatto diverse esperienze. Io sono appassionato di musica (Jazz) e mi sono cimentato anche lì. Per lavoro ho anche affrontato lo still life. Forse posso dirmi “sperimentatore”, anche perché non mi sono mai consacrato a uno stile.

 

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

 

R] Non lo so. Certamente tutto ciò che mi spinge a fotografare, a continuare la sperimentazione.

 

D] Come nasce il lavoro “Soglie”?

 

R] L’ho iniziato nel 2009. All’inizio avevo qualche incertezza, poi i viaggi a Parigi e Lisbona hanno tolto ogni indecisione. Molti definivano il mio lavoro come concettuale e l’avrebbero voluto in B/N, ma io optai per il colore.

 

D] Hai iniziato con la pellicola?

 

R] Sì, addirittura col Disk.

 

D] Qualche rimpianto per il rullino?

 

R] Sì e no. Ciò che mi turba è l’archiviazione su HD. Sono costretto a cambiare tutto ogni quattro anni, per questioni di sicurezza; con la pellicola non succedeva. Quando maneggio film di anni addietro, li trovo ancora perfetti e utilizzabili. Insomma, nel digitale si modificano continuamente i sistemi e questo mi crea incertezza.

 

D] L’archiviazione e i sistemi rappresentano il tuo punto di vista negativo. Il resto?

 

R] Il mio approccio con la fotografia è “analogico” anche oggi: cerco di non sprecare gli scatti. È vero, i costi (bassi) possono farti prendere la mano, però cerco sempre di concentrarmi al massimo sul risultato voluto. Per il resto, il digitale è fantastico. Con Photoshop posso fare tutti i livelli che voglio e in più sono in grado di interrompere il lavoro alla bisogna. Il CO quando s’iniziava occorreva anche finire.

 

D] Curi personalmente il ritocco?

 

R] Sì, faccio tutto io; ma non sono molto invasivo.

 

D] B/N o colore?

 

R] Colore, attualmente è così. Come ti ho detto, all’inizio c’è stato un avvicinamento al B/N. A me piace tutta la fotografia ed è giusto che ogni espressione possieda il proprio linguaggio.

 

D] Hai un’ottica preferita?

 

R] I grandangoli, dal 28 mm in giù.

 

D] C’è tra le tue una foto alla quale sei particolarmente affezionato?

 

R] Un po’ tutte, anche perché arrivano da un processo fotografico faticoso e ragionato. Potrei dire la copertina di “Soglie”; è una delle prime e da lì è partito tutto il progetto.

 

D] Potessi scegliere, che fotografia scatteresti domani?

 

R] Non so risponderti. Io sono molto istintivo. Domani vorrei essere pronto a cogliere quello che sento. Quando premo il pulsante di scatto, l’immagine è già dentro di me: devo essere capace di cogliere quel momento. È una questione di pancia.

 

D] Dopo tanta carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

 

R] In realtà ce ne sono diversi. Rimangono nel cassetto fino a quando non ho le idee chiare.

 

D] Puoi farti un augurio fotografico da solo: cosa ti dici?

 

R] Un augurio? Vorrei avere sempre il cuore aperto, essendo capace di vedere attraverso i miei occhi. Alla fine, mi piacerebbe continuare a fotografare, sempre.

 

 

 

 

 

 Canon Italia

 


dario apostoli 2013 - soglie n 43

 
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copertina image mag gennaio febbraio 2019

 

soglie portfolio image mag 2019

 

 

La SCELTA di Franco Fontana


 



Da anni Franco Fontana tiene workshop in ogni angolo del mondo: delle avventure "tutta in salita", dove gli studenti vengono spinti a essere liberi, a "rentere visibile l'invisibile che è dentro di loro". E' l'identità di ciascuno a saltar fuori, l'autonomia creativa che appartiene a tutti. Sono nati così "Quelli di Franco Fontana"; che sicuramente rappresentano un movimento nuovo, un'ondata di energia nel panorama della fotografia. Hanno seguito i Workshop del Maestro: alcuni di loro compiendo i primi passi, altri affermandosi; di sicuro tutti prendendo coscienza di se stessi. Il progetto parte da lontano, ma il proselitismo ha convinto il Maestro, ed anche tanti alunni, a rischiare; perchè senza una posta in gioco non si arriva a nulla. Sono così nate tante mostre, tenute su tutto il territorio nazionale. Da questa volta, e per ogni uscita di ImageMag, Franco Fontana ci proporrà un autore tra "Quelli di...". I fotografi che impareremo a conoscere hanno cercato di mostrare un loro mondo, viaggiando fuori e dentro loro stessi. Da parte nostra rimarrà la sensazione nell'aver allungato un viaggio, testimoni a nostra volta di quando gli autori erano lì, di fronte al loro "vedere", col tempo che si è fermato per le ragioni dell'anima.


 


 

 

Conosciamo Dario Apostoli da lungo tempo, così come il suo progetto "Soglie", diventato anche un libro. Ancora oggi rimaniamo stupiti dal suo lavoro, perchè accennato, diafano. Guardandolo, è come se ci venisse suggerito qualcosa; in più riconosciamo un confine, che è quello della nostra mente, dei pensieri che ci avvolgono, della nostra stessa vita. Ecco, si: Dario concede ampia libertà al nostro osservare. Di fronte alla sua immagine, non vi sono percorsi obbligati, ma sentieri da percorrere più volte; magari cambiando strada. C'è poi da parlare del colore: autoriale, definito, costante; riconoscibile potremmo dire.

Guardando più volte le fotografie di Dario, notiamo come a un certo punto la sorpresa finisca. Pur rimanendo consapevoli della bontà del lavoro (in assoluto), capiamo che l'autore ha affrontato percorsi difficili, fatti di studio, sofferenza (quella buona), pensiero. Il suo non è un risultato casuale. Tutti i suoi progetti "fermentano" a lungo nel cassetto per partire solo quando tutto è pronto: nell'anima, come nella mente. "Soglie" sono anche i bordi del suo lavoro, teso sempre a identificare i connotati che li compongono. Definito un ambito, Dario comincia a produrre fotografia, con garbo, lentamente. Ormai è tutto pronto e può anche aspettare domani o i giorni successivi. L'opera, la sua fotografia, è già dentro di lui; basta solo coglierla.

 

dal testo di Mosè Franchi IMAGE MAG Gennaio • Febbraio 2019 

 


 
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da gianni berengo gardin a dario apostoli 3

 

By The Mammoth's Reflex - Mag 11, 2017


 

MILANO. “In viaggio con Gianni Berengo Gardin, Massimo Zanti Davide Ortombina, Luciano Marchi, Lorenzo Zoppolato, Alberto Gandolfo, Hermes Mereghetti, Dario Apostoli”. E’ questo il titolo della mostra collettiva, a cura di Federicapaola Capecchi (in collaborazione con Mosé Franchi), esposta allo Spazio Tadini fino al 21 maggio.

 


 

Una collettiva, a cura di Federicapaola Capecchi, che vede in esposizione gli scatti su “La Ferrovia Transappenninica. Il viaggio, i territori, la gente”, viaggio fotografico incentrato sulla Transappenninica, vista da Gianni Berengo Gardin, Massimo Zanti, Davide Ortombina, Luciano Marchi. Fotografie di interesse sociale e paesaggistico, perché raccontano e documentano non un semplice “traforo”, ma una congiunzione complessa e preziosa tra Sud e Nord. La prima. Un’architettura industriale che ha coinvolto paesi, persone, famiglie, strade. La Porrettana, realizzata a fine Ottocento, è stata il primo attraversamento della dorsale appeninica permettendo il collegamento tra la l’Emilia Romagna e la Toscana. Un evento storico non solo per i trasporti, ma per la società, favorendo una contaminazione di lingue, costumi, usanze in un’Italia tutta ancora da costruire. Un’opera così imponente e di valore storico che, anche dopo 150 anni, è soggetto ideale per un racconto fotografico.

Da questo lavoro, prestato per l’esposizione a Spazio Tadini da Mosè Franchi, il qualè è stato sia promotore che coautore del racconto fotografico sulla Porrettana, è nata l’esigenza di ampliare il racconto fotografico e il nucleo narrativo con una più amplia riflessione sul viaggio, sull’andare, sull’incontro, unire luoghi e persone, e l’attraversare confini.

A questo scopo, Federicapaola Capecchi ha selezionato 4 fotografi, per stile, impronta e ricerca, con i quali raccontare una storia più contemporanea. Dove i collegamenti e la comunicazione sono un fatto, anche comodo, veloce e immediato, ma dove forse, ancora, si deve molto lavorare sul dialogo, l’ascolto, la voglia di conoscere e costruire, insieme.

Viaggiare è un impulso insito nella natura umana. Da sempre interi popoli scelgono una vita nomade. Lorenzo Zoppolato espone una selezione del progetto Racconti da Sainte Marie de la mer. Ogni anno nella piccola località di Saintes Maries de la Mer, nel sud della Francia, si festeggia una delle più importanti feste gitane d’Europa. Carovane di gitani provenienti da ogni angolo del vecchio continente raggiungo questa piccola città di mare per rendere onore alla loro santa protettrice. Durante questi giorni si viene totalmente coinvolti in balli, canzoni antiche, cavalli e riti religiosi, che culminano l’ultimo giorno con la processione della Santa verso il mare. Lorenzo Zoppolato ha cercato le storie nelle piccole realtà dei campi, delle feste e nelle danze. “L’accoglienza delle famiglie, i loro racconti ancestrali fatti di cavalli, viaggi e amori gitani sono stati fonte d’ispirazione per le fotografie che il fato mi concedeva e che io ho ritrovato sul mio percorso.”

In questo suo racconto noi ci domandiamo, tra molti altri quesiti, cosa porta a lasciare giorno per giorno la propria quotidianità. Il solo bisogno e desiderio di scoprire cose nuove o anche la possibilità di svincolarsi dai legacci di un sistema sociale imperniato sulla immutabilità e fissità delle persone?

Viaggiare, per alcuni passione irrefrenabile, per altri non sempre è scelta volontaria, ma dettata da cogente necessità di sopravvivenza o di speranza di una vita diversa, e migliore. Alberto Gandolfo è in mostra con 1,2,4,5…volti, racconto di viaggi in ritratti, per una comprensione più profonda di quel che si cela dietro la migrazione, in special modo l’immigrazione di genti provenienti dal continente africano e dal Vicino Oriente in Europa. I messaggi trasmessi dalle televisioni tendono a sottolineare una grande diversità tra noi europei e gli “altri”, in tal senso Palermo – città natale di Alberto Gandolfo – può essere un esempio da seguire: città formatasi grazie agli arrivi di popoli che si sono amalgamati con gli autoctoni nel corso dei millenni. Il progetto fotografico è una metafora: dal particolare segno, che viene introdotto nel cambiamento del volto di ogni ritratto, si realizza uno scambio culturale che cambia e arricchisce culturalmente i singoli, un valore aggiunto alla personalità.

E quando si fugge, si viaggia migrando, la fine del viaggio, a volte, è asfalto, fango, polvere, pietre … dure da digerire. Emarginazione e luoghi anonimi dove sostare in attesa del permesso definitivo di rifugiato, di ritrovare sé stessi, e la possibilità di costruire. Hermes Mereghetti presenta una selezione di We come from. Intensi ritratti di migranti che, nella selezione per la mostra, giocano sul ruolo delle mani. Le mani del fare, le mani che sono la personalità e la forza, che sanciscono il carattere; le mani del dare, del carezzare, cui appoggiare la fronte e per coprire gli occhi. Le mani, ricche di simbologie e significati specifici a seconda delle culture e religioni, ma universalmente associate al potere, alla forza, alla lealtà, all’amicizia, alla fiducia. Le mani da stringere. Gli occhi da guardare.

Quale la metafora del viaggio? Quante soglie da varcare durante il percorso? Quali soglie? Quello di Dario Apostoli, in mostra con una selezione di Soglie, è un viaggio e un racconto nelle relazioni umane e la nostra società, la propria autocoscienza e la distorta percezione del mondo e degli altri. Luoghi ordinari urbani, abituali, normali, di semplice passaggio, spazi intrisi dall’animo umano, anche se sembrano quasi vuoti, o svuotarsi. Una luce quasi accecante che cancella, brucia ed egualmente da forma a individui soli e disinteressati, ma al tempo stesso carichi di potenziale, qualora varchino la soglia che apre lo sguardo su tutto ciò che ha davvero un senso e un valore al mondo. Così le Soglie sono i varchi da oltrepassare verso qualcosa di nuovo, verso una presa di coscienza, e alla volta di relazioni che portino fuori dal torpore ego-riferito in cui, oggi, ci si chiude al mondo e agli altri.


 


 

 

Collettiva

Dove: Spazio Tadini Casa Museo, via Niccolò Jommelli 24, Milano

Quando: fino al 21 maggio 2017

Orari: da mercoledì a sabato 15:30/19:30 – domenica 15:00/18:30. lunedì e martedì chiuso

Ingresso: 5 euro

Infowww.spaziotadini.com

 
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rosignano foto festival iv 2015

4rosignanofotofestival

 

portfolio italia 2015


Info:

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copertina - i quaderni di gente di fotografia  -  soglie  -  di dario apostoli

 

           gente di fotografia                            logopolyorama due 2

 

E' la novità editoriale di Polyorama, Soglie un libro fotografico di Dario Apostoli presentato in anteprima nazionale al Festival ParaPhotò - Paratissima  -  10 Torino Esposizioni 2014. Testi di Saverio Ciarcia e Paolo Donini, italiano/inglese, 84 pagine. All'interno del prossimo numero della rivista Gente di Fotografia (n°60), sarà dedicato lo spazio al progetto nella sezione libri.

 

 

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Canon Dario Apostoli - La fotografia Dentro

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